Lo chiamano il Respiro Antico.
È nelle radici, nel vento, dentro di te.
Fai un respiro piano. La storia sta per cominciare.
Nina conosceva bene il volo della sua amica farfalla. Di solito saliva, scendeva e faceva piccole giravolte tra i fiori, come se ogni petalo fosse una tappa di un viaggio importantissimo. Era quasi sempre lei a decidere dove andare, quale sentiero seguire o quale angolo del prato esplorare.
Quella mattina, invece, era diversa. Volava piano. Si posava spesso. E ogni volta sembrava cercare un posto in cui poter diventare quasi invisibile tra l’erba.
Nina la osservò per un po’. Non voleva assillarla con troppe domande, ma capiva che qualcosa non andava. La raggiunse su un fiore giallo e le chiese piano se stesse bene. L’amica rispose di sì, ma evitò il suo sguardo e il sorriso che provò a fare scomparì quasi subito. Nina capì che quelle parole non raccontavano tutta la verità.
Stava per fare un’altra domanda. Poi si fermò, non sarebbe servito a nulla. Si posò accanto a lei.
«Va bene. Io resto qui, se ti va.» E smise di parlare.
Per qualche minuto non dissero niente. Il vento passava tra i fili d’erba e faceva dondolare lentamente i petali. Una coccinella attraversò una foglia vicino a loro e poi ripartì. Più lontano, il ruscello continuava a scorrere.
Nina percepiva quel silenzio. Era fin troppo grande. Aveva voglia di riempirlo con una domanda, una battuta o una frase che facesse stare meglio la sua amica, ma rimase lì in silenzio. Non perché non sapesse cosa dire. Perché cominciava a capire che, forse, in quel momento non c’era niente da dire.
Dopo qualche minuto, l’amica sospirò. Le raccontò che il grande fiore viola vicino alla sua tana era appassito. Nina lo ricordava bene. Era lì da così tanto tempo che sembrava quasi una parte del sentiero. L’amica si fermava spesso sotto i suoi petali. Quando tornava a casa, lo vedeva da lontano e sapeva di essere quasi arrivata.
Adesso non c’era più. La farfalla abbassò le ali. Disse che sapeva benissimo che era soltanto un fiore. Eppure le mancava.
Nina stava per risponderle che in primavera ne sarebbero nati altri. Era una frase rassicurante e probabilmente era anche vera. Ma mentre stava per pronunciarla capì che non era quello che l’amica aveva bisogno di sentire.
«Ti piaceva davvero tanto.»
L’amica annuì e cominciò a raccontare. Parlò delle volte in cui si era riparata sotto quel fiore dalla pioggia, del profumo che sentiva quando gli passava vicino e dell’ombra fresca che faceva nelle giornate più calde. Ricordò persino un temporale durante il quale era rimasta nascosta sotto i grandi petali viola aspettando che tornasse il sole.
Poi raccontò la cosa che le piaceva di più. Al mattino, quando la luce attraversava i petali, tutto intorno diventava viola. Persino l’erba, persino le sue ali. Tutto diventava viola.
Nina ascoltò anche quel piccolo ricordo. Non cercò di convincerla a essere meno triste. Non provò a trovare un nuovo fiore che potesse prendere il posto di quello vecchio. Ogni tanto annuiva, ogni tanto guardava il prato insieme a lei, ma rimaneva lì, vicina.
Quando l’amica ebbe finito di parlare, rimasero ancora qualche minuto una accanto all’altra. La tristezza non era sparita. Il fiore non era tornato. Ma qualcosa sembrava diverso, come se quel ricordo, raccontato ad alta voce, fosse diventato un po’ meno pesante da portare da sola.
L’amica ringraziò Nina e lei la guardò sorpresa. Non le sembrava di aver fatto nulla di speciale. Era rimasta lì. Aveva ascoltato. Eppure, a volte, proprio quello era il regalo più importante.
Più tardi volarono insieme fino al ruscello. L’amica era ancora un po’ triste, ma durante il tragitto notarono una nuvola che sembrava un pesce enorme e una foglia che girava su se stessa in mezzo all’acqua. Per qualche momento risero e poi tornarono a parlare del fiore viola.
Essere triste non impediva alla sua amica di sorridere. E sorridere non significava che avesse già dimenticato. Le due cose potevano stare insieme.
Quando il sole cominciò a scendere dietro gli alberi, Nina sentì il Respiro Antico passare leggero tra l’erba e le foglie e pensò a quanto fosse strano. A volte, per aiutare qualcuno, bisognava fare qualcosa. Altre volte, invece, bisognava avere il coraggio di non fare niente.
Restare. Ascoltare. E lasciare all’altro tutto il tempo necessario per raccontare ciò che aveva dentro.
Il Respiro Antico scorre ancora.
Dormi adesso.
Ci vediamo nella prossima storia.
Il bosco veglia su di te.



